Una delle maggiori problematiche incontrate dai clienti degli istituti di credito nello scegliere quale finanziamento è meglio per loro è basata sul come valutare il prodotto offerto, senza però avere competenze di matematica finanziaria.

A questa esigenza del mercato, ha fatto fronte la normativa, introducendo apertamente, nel 2003, con la deliberazione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio n. 10688 del 4/03/2003, art. 9 comma 2 la seguente dicitura e definizione di ISC: “2. La Banca d’ltalia individua le operazioni e i servizi per i quali, in ragione delle caratteristiche tecniche, gli intermediari sono obbligati a rendere noto un “Indicatore Sintetico di Costo” (ISC) comprensivo degli interessi e degli oneri che concorrono a determinare il costo effettivo dell’operazione per il cliente, secondo la formula stabilita dalla Banca d’italia medesima.”

Si è quindi provveduto a realizzare un valore di riferimento, uguale per tutti, riepilogativo del costo del finanziamento che garantisca a tutti la possibilità di confrontare i finanziamenti senza avere competenze di matematica finanziaria.

Allo scopo di ottenere tale valore, è stata investita la Banca d’Italia che ha creato quello che oggi conosciamo come Tasso Annuo Effettivo Globale (T.A.E.G.).

Ad oggi la formula per il calcolo del TAEG, per la maggioranza dei finanziamenti,  tratta dalle “Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi – luglio 2016”, è la seguente:

dove:

i = TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale), ovvero l’incognita ricercata, risolvendo l’equazione rispetto ad i, si trova il TAEG;

k = numero d’ordine di un prestito;

k= numero d’ordine di una “rata di rimborso”;

Ak = importo del prestito numero K;

A’k’ = importo della rata di rimborso numero K;

m = numero d’ordine dell’ultimo prestito;

m’= numero d’ordine dell’ultima rata di rimborso;

tk = intervallo in anni e frazione di anno tra la data del prestito n. 1 e le date degli ulteriori prestiti dal n. 2 al numero m;

tk’ = intervallo in anni e frazione di anno tra la data del prestito n. 1 e le date degli ulteriori rate di rimborso dalla n. 1 al numero m.

Tralasciando gli elementi tecnici e sintetizzando oltremisura, la formula rappresenta, un’uguaglianza tra il valore del prestito e la sommatoria delle rate del prestito, al fine di restituire il rapporto che genera il plus sul valore finanziato.  Partendo quindi da tali premesse è ben chiaro che la ratio della norma è quella di avere un indicatore di costo del finanziamento che sia rappresentativo dell’universalità dei costi dello stesso e  che raffronti il prestito erogato con quanto effettivamente pagato. Per tale motivo, qualsiasi onere, anche accessorio, se d’obbligo è opportuno venga inserito nel conteggio, altrimenti può essere fuorviante all’utente, nell’operazione di confronto con altri prestiti.

Quanto sopra premesso, in questo articolo tratteremo di un tema sempre attuale, ovvero quello dei costi che devono essere conteggiati ai fini del calcolo dell’usura. In particolare, ci concentreremo sul tema specifico dei costi assicurativi.

Come noto, la corretta metodologia di calcolo del TAEG ai fini della verifica dell’usura vede da sempre contrapposti i legali della banca ai legali che difendono gli interessi dei clienti. Sul carattere vincolante delle regole di Banca d’Italia sono stati versati fiumi di inchiostro e pertanto non aggiungeremo altro se non la ovvia considerazione che il regolato non può essere anche regolatore. Oltre all’altrettanto scontata considerazione che la legge penale deve avere la prevalenza  su ogni altra fonte diversa dalla legge ordinaria.

Abbiamo dato ampiamente conto sopra delle indicazioni di Banca d’Italia.

Tuttavia, non possiamo esimerci dal fare i conti, per le ragioni appena esposte, con la legge penale, ed in particolare l’art. 644 del codice penale che . che prevede che “per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito”.

Sulla questione si pongono quindi due problematiche importanti: la prima è quella del confronto tra i tassi. Per poter infatti confrontare un indice con un altro dev’essere  calcolato con la stessa metodologia e criteri. Un tasso che considera l’assicurazione paragonato ad uno che non lo calcola crea una differenza.

La seconda problematica è quella legata all’obbligatorietà dell’assicurazione e quindi all’inserimento della stessa nel conteggio del TAEG. Se è obbligatoria è quindi da considerarsi come facente parte del costo del finanziamento (non vedrei altra definizione altrimenti), viceversa diventa facoltativa e quindi un plus per il cliente.

Si comprende quindi che è di fondamentale importanza valutare l’obbligatorietà dell’assicurazione al fine di vedersi riconoscere il finanziamento.

Troppo spesso, nella prassi, capita di imbattersi in contratti di finanziamento che, con una evidente forzatura, rendono obbligatoria la copertura assicurativa, così precludendo ogni libertà di scelta ai ricorrenti. Orbene, la natura o meno obbligatoria delle polizze assicurative non può unicamente essere ancorato a un dato letterale, ciò che il contratto eventualmente dichiara, dovendosi invece effettuare una più approfondita valutazione, come peraltro chiarito anche da IVASS e Banca d’Italia in una lettera congiunta al mercato datata 26 agosto 2015, di cui si riporta un significativo passaggio: “Dalle risultanze degli accertamenti ispettivi autonomamente condotti nei rispettivi ambiti di competenza dall’IVASS e dalla Banca d’Italia sono emersi casi in cui l’erogazione del prestito è risultata sistematicamente abbinata alla sottoscrizione di una polizza di assicurazione nonostante la natura facoltativa di quest’ultima. Alcuni indici di ‘penetrazione assicurativa’ rilevati, risultati anche superiori all’80%, possono essere sintomatici del carattere sostanzialmente vincolato delle polizze”.  Nella stessa lettera congiunta si dà, inoltre, atto delle indagini di mistery shopping svolte da alcune Associazioni dei consumatori “presso sportelli bancari, dalle quali è emerso che in una percentuale significativa di casi la polizza continua a essere proposta ai clienti come condizioni necessaria per accedere al prestito, presentandola come obbligatoria o ‘facendo capire’ al consumatore che è fortemente consigliata per superare favorevolmente l’istruttoria per l’erogazione del prestito” (lettera congiunta al mercato IVASS-Banca d’Italia, 26 agosto 2015).

Al di là del dato formale, dunque, la natura obbligatoria o facoltativa della polizza va ricostruita indagando se detta polizza sia stata effettivamente stipulata per espressa volontà delle parti o se al contrario la stipula della polizza sia stata di fatto imposta quale condizione per ottenere il finanziamento a certe condizioni: in quest’ultimo caso cioè l’obbligatorietà della polizza appare connessa alla idoneità e capacità della stessa polizza di incidere sulle condizioni del credito offerte. Ed infatti, la polizza avrebbe la funzione di contemperare il rischio di insolvenza del debitore assicurato, mantenendo tendenzialmente inalterate le originarie condizioni patrimoniali e finanziarie del debitore, che incidono sul relativo rischio di solvibilità.  Come ben chiarito dall’Arbitro Bancario Finanziario ( Decisione N. 10621 del 12 settembre 2017) la stipulazione di una polizza assicurativa può incidere sulle condizioni del contratto di finanziamento (e, a seconda dei casi, anche sulla sua stessa conclusione) ogni qual volta sia idonea ad incidere ex ante – eliminandolo o riducendolo – sul rischio di solvibilità del cliente supportato dal finanziatore; rischio che, come noto, costituisce uno dei principali fattori in base ai quali lo stesso finanziatore compie normalmente la valutazione del merito creditizio del cliente (art. 124 bis TUB) e definisce al contempo le condizioni del credito.

La polizza assicurativa è da ritenersi obbligatoria, al di là dunque di ogni qualificazione datane nel contratto, ogni volta sia possibile ravvisare un rapporto di connessione col contratto di finanziamento particolarmente elevato, che consente di ritenere pienamente soddisfatto l’interesse del finanziatore alla conservazione delle originarie condizioni patrimoniali e finanziarie del debitore e conseguentemente all contenimento del rischio di una sua insolvenza.

Orbene, l’onere della prova grava come sempre sul soggetto che eccepisce la natura obbligatoria della polizza assicurativa al quale dunque spetta di provare due aspetti ossia in primo luogo che la polizza era obbligatoria ovvero costituiva un requisito per l’erogazione del prestito e in secondo luogo che i tassi di interesse ricalcolati computando al loro interno i costi assicurativi generano un superamento del tasso soglia usura. Come recentemente ricordato dal Tribunale di Bolzano, con propria sentenza n. 351 del 4 aprile 2020, non ci si può limitare a generiche allegazioni in ordine alla circostanza che l’erogazione del credito sia stata subordinata alla sottoscrizione di dette polizze, senza tuttavia fornire alcun elemento da cui poter desumere, ancorché in via presuntiva, la natura sostanzialmente obbligatoria delle stesse e, conseguentemente, la relativa rilevanza ai fini del vaglio dell’eventuale usurarietà del contratto.

L’obbligatorietà di dette coperture può essere dunque provata anche mediante presunzioni e in particolare si segnalano i seguenti indicatori:

  1. la circostanza che le polizze assicurative sono state stipulate dall’intermediario;
  2. la contestualità della stipulazione dei due contratti, di finanziamento e di assicurazione;
  3. la coincidenza della copertura assicurativa con la durata del finanziamento;
  4. la previsione di un capitale (polizza a vita) o un indennizzo (polizza danni) dovuti in caso di avveramento del rischio oggetto di copertura, parametrati al debito residuo, che garantisca l’assicurato contro accadimenti in grado di minarne la capacità patrimoniale-finanziaria e quindi di pregiudicare la capacità di corrispondere i pagamenti rateali in linea col piano di ammortamento del finanziamento.

Quanto sopra esposto trova ampio sostegno nelle decisioni dell’Arbitro Bancario Finanziario. Solo a titolo esemplificativo si vedano le decisioni del Collegio di Roma  n. 8128/2015,  735/2016 e 8009/2016 e del Collegio di Napoli n. 6797/2016, 7811/2016 e da ultimo Abf Collegio di Milano del 16 maggio 2018 che ha confermato come debba ritenersi palese la volontà del legislatore di stabilire uno stretto collegamento tra la norma civile e quella penale e, quindi, di interpretare, nella configurabilità dell’usura, il concetto di interessi in maniera onnicomprensiva, includendovi – anche ai fini civilistici – tutti i costi elencati nel 4° comma dell’art. 644 cod. pen. e cioè commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito. La sussistenza del collegamento può essere dimostrata con qualunque mezzo di prova ed è presunta nel caso di contestualità tra la spesa di assicurazione e l’erogazione del mutuo.

La pronuncia milanese dell’ABF appena richiamata, peraltro evidenzia come dalle tipologie contrattuali sottoposte all’esame dei Collegi ABF si ricava che normalmente una parte dei premi relativi ai contratti di assicurazione stipulati contestualmente a quelli di mutuo rimane di pertinenza dell’intermediario bancario, acquisendo in tal modo natura di commissioni o,

comunque, di spese, sussumibili nella previsione del quarto comma dell’art. 644 cod. pen.

Di qui l’enunciazione del seguente principio di diritto: “Una volta verificato il superamento del tasso soglia rilevante ai fini dell’usura genetica, in virtù della corretta interpretazione del secondo comma dell’art. 1815 cod. civ. – letto in connessione con il quarto comma dell’art. 644 cod. pen. – che sancisce la nullità della clausola, restano colpiti non solo gli interessi propriamente intesi, ma tutti gli oneri e le spese inclusi nel calcolo del TEG, compresi i premi assicurativi, escluse imposte e tasse, che, pertanto, debbono essere restituiti al mutuatario”.

 Fonte “Le Controversie Bancarie” di Centro Anomalie Bancarie