Ha avuto molta diffusione una sentenza del Tribunale di Chieti (segnatamente, la n. 565/2019) con la quale il Giudice estensore Dott. Gianluca Falco, dirimendo una controversia relativa a un mutuo fondiario:

– non ha attribuito rilevanza, ai fini del calcolo del TAEG, alla penale per estinzione anticipata (con ciò disattendendo quello che sino ad allora era stato l’orientamento dell’Ufficio Giudiziario);

– ha ritenuto (anche qui, in palese discontinuità coi precedenti del Tribunale) irrilevante l’omessa indicazione del TAEG/ISC, ritenuto non un vero e proprio tasso bensì un mero elemento informativo del contratto, la cui mancanza non comporterebbe la nullità di cui all’art. 117, co.7°, T.U.B.;

  • viceversa, ha accolto la domanda relativa alla manipolazione del tasso EURIBOR nel periodo 2005-2008.

La pronuncia, com’era ampiamente prevedibile, ha suscitato grande interesse sotto quest’ultimo aspetto, perché ha affrontato – e brillantemente confutato – tutte le eccezioni solitamente spese dalle difese degli istituti bancari.

In primo luogo, il Tribunale ha affermato la propria competenza. È bene notare, sul punto, che non trattavasi di opposizione a decreto ingiuntivo, nella quale – com’è ovvio – la nullità in discorso viene fatta valere in via di eccezione, con conseguente non operatività della riserva ex art. 33 L. 287/90 in favore del Tribunale delle Imprese (circoscritta, come noto, alle sole azioni e non anche alle eccezioni), ma di un’azione ordinaria. Il Tribunale ha quindi ritenuto tale competenza speciale circoscritta alle sole violazioni che vanno ad alterare il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale, ritenendo che, con riferimento alle violazioni che investono il più ampio mercato comunitario, la competenza tornasse ad essere quella ordinaria (Corte appello Milano, sez. I, 23/07/2005; Cassazione civile, sez. I, 28/05/2014, n. 11904; Cassazione civile, sez. I 12/12/2017 n. 29810). Inoltre – ha proseguito il Tribunale – tale riserva di competenza, avendo natura eccezionale, non sarebbe operante in ipotesi di mera domanda di ripetizione di indebito (Cassazione civile, sez. VI, 23/02/2012, n. 2777).

Nessun dubbio si è poi posto circa la legittimazione ad agire di parte attrice. Il Tribunale ha del tutto condivisibilmente ritenuto che la plurioffensività e la generale pervasività dell’illecito antitrust determinano effetti pregiudizievoli non solo per gli imprenditori concorrenti esclusi dall’intesa restrittiva, ma anche per gli utenti che concludono il contratto “a valle” dell’intesa anticompetitiva, di talché i mutuatari pregiudicati da tale intesa hanno pieno diritto ad agire per il risarcimento dei danni subiti, normalmente quantificabili e quantificati nell’indebito aumento di costo del bene o servizio determinato dall’intesa.

Ciò posto, l’onere probatorio di parte attrice è stato considerato assolto mediante la semplice produzione della nota decisione della Commissione Europea del 4 dicembre 2013 nel caso AT/39914, senz’alcuna necessità quindi di reiterare gli accertamenti di fatto o la valutazione degli elementi già operata in sede di procedimento di d’infrazione. Difatti, il principio di leale cooperazione di cui all’art. 4, par. 3°, TUE, e il più generale obiettivo di un’efficace e uniforme applicazione del diritto della concorrenza dell’Unione impongono al giudice nazionale di tener conto delle valutazioni della Commissione e di considerarle quale piena prova della natura anticoncorrenziale di un accordo alla luce dell’articolo 101, par. 1°, TFUE (Corte giustizia UE, sez. III 23/11/2017 n. 547). Inoltre, l’art. 7, D. Lgs. 3/2017 è molto chiaro nell’affermare che “la decisione definitiva con cui un’autorità nazionale garante della concorrenza o il giudice del ricorso di altro Stato membro accerta una violazione del diritto della concorrenza costituisce prova, nei confronti dell’autore, della natura della violazione e della sua portata materiale, personale, temporale e territoriale, valutabile insieme ad altre prove”: l’accertamento dell’illecito antitrust viene a costituire vera e propria “prova legale”, non già mera “prova privilegiata”, nel giudizio di risarcimento del danno nei confronti dell’autore della violazione. Ora, se quanto accertato dalla nostra AGCOM ha già efficacia “cogente”, lo è a fortiori la decisione della Commissione europea. Difatti le decisioni di quest’ultima, sebbene prive dei caratteri di generalità ed astrattezza, costituiscono comunque fonte di produzione di diritto comunitario, e sono quindi dotate di effetto diretto nei confronti dell’ordinamento nazionale; e d’altronde non si vede come il giudice nazionale potrebbe disattendere nel merito le valutazioni compiute in quella sede (Cassazione civile, sez. I, 28/10/2005, n. 21083).

Del tutto irrilevante è stata poi considerata la circostanza che l’istituto bancario convenuto avesse preso parte o meno all’intesa anticoncorrenziale, o che non ne fosse a conoscenza. Difatti, la manipolazione del tasso influenza in ogni caso il tasso convenzionale applicato nel corso del rapporto lo rende nullo per ragioni oggettive (e non soggettive), sicché l’utente può agire per la dichiarazione di nullità della clausola contrattuale e per la ripetizione delle somme per il solo fatto oggettivo dell’intesa manipolatoria, a prescindere dalla sussistenza dell’elemento soggettivo in capo all’istituto bancario convenuto.

Infine, pur non essendosi pronunziato esplicitamente sul punto, il Tribunale ha fornito ampi e rilevanti indizi circa la rilevabilità officiosa della nullità in discorso, avendo richiamato la giurisprudenza UE a mente della quale è compito dei giudici nazionali incaricati di applicare, nell’ambito delle loro competenze, le norme degli artt. 101 e 102 TFUE, i quali producono effetti diretti nei rapporti tra singoli ed attribuiscono diritti a questi ultimi, garantire la piena efficacia di tali norme e tutelare i diritti da esse attribuiti ai singoli (art. 6 del regolamento n. 1/2003).

Ha quindi suscitato grande sorpresa la successiva sentenza n. 222/2020 nella quale il medesimo Giudice, in fattispecie del tutto identica, ha invece declinato la propria competenza in favore del Tribunale delle Imprese.

Già da un semplice esame visivo dei due provvedimenti appaiono di tutta evidenza, da una parte, l’approfondita trattazione svolta nella prima sentenza e, dall’altra, l’estrema sintesi della seconda, nella quale puramente e semplicemente il Giudicante si richiama l’art. 33, L. 287/90, da ciò automaticamente inferendo la propria incompetenza. Soprattutto, non vengono spiegate le ragioni per le quali il Magistrato abbia ritenuto di doversi discostare dal proprio precedente di appena sei mesi prima.

Al di là delle legittime perplessità che un simile revirement suscita nello spaesato operatore del diritto, si ritiene che la tesi che mantiene la competenza del Giudice Ordinario sia da preferire non solo per le motivazioni ottimamente espresse nella prima delle due sentenze in commento, ma anche e soprattutto per un’ulteriore ragione, forse non oggetto della dovuta attenzione da parte di dottrina e giurisprudenza.

È noto a tutti che le sezioni specializzate in materia di impresa siano state istituite col D. Lgs. 168/03, attuativo della delega contenuta nell’art.16 della L. 273/02. Orbene, nella relazione accompagnatoria di tale legge-delega si spiega che lo scopo perseguito dal Legislatore era l’adeguamento della normativa nazionale a quella europea, fornendo una risposta giudiziaria efficiente in materie di particolare complessità che richiedevano una specializzazione adeguata da parte dei giudici. Si è cioè ritenuto che le controversie in materia di industria, società e (per che qui interessa) antitrust, essendo caratterizzate da un elevato grado di difficoltà, richiedessero il possesso di uno specifico sapere tecnico, da intendersi non solo come cultura giuridica ma anche come elevata conoscenza degli interessi in gioco e delle dinamiche economiche sottese. Non a caso, all’indomani dell’entrata in vigore di tale norma, si parlò di cognizione “doppiamente esperta”, e cioè non solo di diritto commerciale e societario ma anche in campo industriale, economico e contabile (quantomeno a livello di “conoscenza parallela nella sfera laica”).

Sappiamo benissimo che la concreta attuazione della normativa in discorso non sia stata tale da assicurare alle sezioni specializzate in materia di impresa (dinanzi alle Corti d’Appello prima, e ai Tribunali distrettuali poi) l’auspicato livello – per l’appunto – di specializzazione: il Legislatore non ha infatti previsto alcuna disposizione (neppure a livello di ordinamento giudiziario) intesa a garantire il possesso delle specifiche conoscenze in materia e/o ad assicurare la permanenza dei Giudici, almeno, per un certo periodo, presso dette sezioni, così da garantirne un’effettiva expertise. E purtuttavia l’originaria intenzione del Legislatore era chiara, e non può certo essere ignorata in sede ermeneutica.

Una considerazione sorge a questo punto spontanea. La trattazione dinanzi a un Giudice specializzato di una controversia in materia di violazione della normativa antitrust  (sia nazionale che UE) appare del tutto giustificata in tutti i casi in cui occorra accertare se sia stata posta in essere una condotta distorsiva della concorrenza; ma quando, come nel caso di specie, l’accertamento sia stato già fatto “a monte”, quali sarebbero le ragioni per cui sottrarre simili controversie al Giudice Ordinario? Quale sarebbe il particolare “sapere tecnico” richiesto al magistrato? Si ritiene insomma che mantenere la competenza del Tribunale ordinario sia la soluzione più aderente alla ratio istitutiva del Tribunale delle Imprese. D’altronde, la giurisprudenza, quando ha voluto, ha dimostrato di sapere andare oltre il mero dato letterale della norma: l’auspicio è che ciò avvenga anche in tale fattispecie, che l’orientamento espresso nella seconda sentenza in commento non abbia a diventare preponderante e, soprattutto, non trovi l’avallo della Corte di Cassazione.

 Fonte “Le Controversie Bancarie” di Centro Anomalie Bancarie